Sulla Republica di martedì 1 maggio c’era questo bell’articolo di CXerami sul grande LIGA. da leggere …………………………………………………
Piuttosto che allo scontato indio, il Liga fa pensare a Martín Fierro, un payador, il cantastorie girovago argentino costretto a combattere contro gli indios lungo la frontiera.
È il protagonista di un famoso poema dell´Ottocento di José Hernández, un´opera nota in Sud America come da noi la Divina Commedia. Fierro scappa, torna a casa e non trova più nessuno. Tutto intorno a lui si disperde. Si fa fuorilegge e va a vivere in mezzo agli indios. È un gaucho che canta la solitudine e la fine dei gauchos. Comincia così il poema: «Aquí me pongo a cantar | al compás de la vigüela, | que el ombre que lo desvela | una pena estrordinaria, | como la ave solitaria | con el cantar se consuela» («Qui canto al suono della chitarra, ché l´uomo insonne per una grande pena, come il passero solitario cantando si consola»).
Ligabue è un figlio di Martín Fierro, dovrebbe dedicargli una canzone. Gli somiglia anche nell´aspetto, negli abiti, nell´accorato disincanto. Non è un rivoluzionario, ma un anarchico sputato fuori dalla storia e dal tempo, che ha imparato ad amare la vita più degli uomini. Il Liga ha voce di gola, le corde vocali la strappano e la fanno vibrare. Non c´è astio nelle sue parole, né illusione frustrata. Evocano un modo di stare al mondo nel quale è bene salvare almeno la faccia. E mentre il compatriota Guccini richiama in vita il fantasma di Che Guevara, come simbolo di una palingenesi solo trasognata, lui accetta la realtà, anche se non gli piace («il mondo ha sempre ragione»), e cerca il modo meno disagevole di viverci dentro. Le brutture le vede, certo, e non si fa scrupolo a metterle in scena («professori mediocri», «sissignori» e «festival del dolore» sul teleschermo), ma è oggi più urgente salvarsi, dimenticare gli investimenti a lungo termine e mettere in gioco corpo e anima, attimo dopo attimo, e sensualità del vivere, ignari del passato e scettici sul futuro. Non resta che essere sempre lì nel gioco, lì nel mezzo, finché ce la fai. Anche l´amore, non ha molto tempo a disposizione, è bene goderlo finché si può, e dura fin quando resta addosso l´odore del sesso.
Una vita da vagabondo, da transfuga, da rapinatore d´emozioni è, per Ligabue, l´unica possibile. Perché dove si fermano i treni un pezzo di vita scende e se ne va. Così non ci saranno più né vincenti né perdenti, la caccia oggi va bene a me, domani a te. Si perde e si vince secondo come e dove gira il vento. I calendari e le sveglie si possono anche buttare nel secchio delle immondizie. E ci sono momenti, per un uomo, che una birra vale più di una cotta. Ovunque ti trovi c´è sempre da spremere qualcosa, e alla peggio si gode il dolce senso della solitudine, lo spleen. Per questo non vale la pena cercare la stravaganza, lasciarsi assordare e abbagliare dalle vetrine delle grandi città. La vita è ormai racchiusa tutta nel nostro corpo solitario. Viene in mente un vecchio detto: «Se ti senti un po´ giù fermati a guardare un fiore». E un fiore, magari selvaggio, lo trovi anche in periferia. La sensualità non ha un principio, la si vive e basta, le questioni di principio, si sa, non hanno fine, scemano nel bla bla. Vivere senza chiedere nulla a nessuno è, per il Liga, quasi un mestiere. Quando non ci sono domande, non ci sono bugie, e lui preferisce le parole che non dicono niente, ma raccontano un cuore che batte, un fuoco che brucia dentro il corpo, una bellezza che si mette in mostra. La rosa non ha un perché, ha detto Sibelius.
Il Liga rispetta la regola che lo vuole piegato sulla chitarra, con i fari addosso e i suoi struggenti accordi a tutto volume. Canta con compassata o allegra amarezza, come sotto una tempesta d´acqua che lo schiaffeggia. Ma continua a imperversare sulle corde e a chiedere amore con malcelata dignità, perché solo se piove il cielo torna azzurro. Sì, è figlio ideale del gaucho, mandriano a cavallo, solitario, esiliato dalla civiltà e dal mondo normale, un puntino nero nella sconfinata pampa argentina e uruguayana. Basta togliere il cavallo e metterci una macchinona sbilenca; basta sostituire le aride pianure con l´immobilità della brughiera emiliana per essere nell´oggi. Al posto della sella in spalla una chitarra, ed ecco Luciano Ligabue, la reincarnazione di Martín Fierro, il cantore della solitudine umana.
[...] Perché dove si fermano i treni un pezzo di vita scende e se ne va. [...]