Nella metà di Giugno su repubblica si aprono due spunti : il primo è di Pietro Citati giornbalista mentre il secondo è la risposta di Luigi Berlinguer : LE IDEE
Così rinasce l´università per i ricchi
PIETRO CITATI
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Qualche giorno fa, i giornali hanno pubblicato una notizia: pochissimi giovani d´origine straniera vengono a studiare nelle università italiane; mentre le università inglesi o francesi o tedesche sono sempre più gremite di studenti di origine mediorientale, o orientale, o di altri paesi europei. I giornali offrivano una spiegazione: complicazioni d´ordine burocratico allontanano dall´Italia qualsiasi volonteroso. Non ho ragioni di dubitarne. L´immensa fantasia, che l´Italia possedeva nel quindicesimo e nel sedicesimo secolo, quando Orlando, Astolfo, Rinaldo, Tancredi, Angelica, Clorinda, Armida cavalcavano liberamente nei cieli del racconto, si è trasformata nel secolo scorso nella più tortuosa e avvilente immaginazione burocratica. Per qualche misteriosa ragione, nessuno riesce a sradicare questa flora parassitaria, che continua ogni giorno a rinascere dalle proprie ceneri.
Purtroppo, esiste anche un´altra spiegazione: le università italiane sono pessime, se ne escludiamo qualcuna e la Scuola Normale Superiore di Pisa (che non è, propriamente, un´università). Il disastro è cominciato (molti dicono: continuato) con la Riforma Berlinguer, entrata in vigore sei anni fa. A partire da allora, le leggi ministeriali hanno costretto gli studenti a non studiare, o a studiare il meno possibile, e sopratutto a non leggere libri o solo fascicoletti di poche pagine. Lo Stato italiano ha il perverso piacere di laureare ignoranti e incompetenti.
Il paradosso è che, nelle università italiane, esistono eccellenti professori ed eccellenti studenti, non meno bravi che in qualsiasi paese europeo.
Ogni volta che vado a insegnare o a tenere seminari nelle università italiane, trovo giovani che stanno svegli la notte pur di conoscere tutto su Aristofane, Leopardi o Ricardo. Leggono libri col disinteressato piacere della giovinezza. Cinquant´anni fa, noi avevamo l´ossessione di scoprire il “giusto metodo critico”: mentre i ventenni di oggi dimostrano un´agilità mentale, una freschezza di sensazioni, una esattezza di osservazioni, un dono analogico, un´assenza di pregiudizi, che noi non possedevamo. Ma eccellenza di professori e di studenti vengono drammaticamente sconfitti da un sistema che impone di non insegnare e di non studiare.
Vorrei dare una buona notizia, anche se forse prematura: il nuovo Ministro ha deciso di trasformare l´insegnamento universitario, cercando di imporre di nuovo la serietà degli studi. Tutta la Riforma Berlinguer-Moratti va rifondata. Oggi il Ministero incoraggia, attraverso i finanziamenti, quelle università che in tre (o cinque) anni gettano sul mercato del lavoro giovani che non sanno nulla. La laurea specialistica sembra fallita. E non si vede perché la parte migliore dei nostri studenti, coloro che compiono in otto anni il dottorato di ricerca, non possa insegnare nei licei a meno di seguire altri quattro semestri di insegnamento di carattere pedagogico.
Non c´è molto tempo. Se il ministro non interviene subito, l´Italia perderà del tutto la propria classe dirigente: fatto immensamente più grave dello scandalo Parmalat, o dei costi della nostra classe politica, o del problema delle pensioni, o del cattivo funzionamento della burocrazia, o della riforma elettorale. Fra poco non sapremo a chi affidare l´insegnamento nei licei o all´università, o la direzione delle nostre imprese o il governo dell´economia. Intanto, i figli delle famiglie ricche vanno a studiare negli Stati Uniti o in Inghilterra. Così assisteremo (ancora una volta) a questa insensatezza: la Riforma Berlinguer, che pretendeva di essere democratica, farà in modo che tutta la nostra classe dirigente sarà formata da ricchi.
Questa era l’università di cui Citati è nostalgico
Luigi Berlinguer
Ex ministro dell’Università
Fino a 10 anni fa si laureavano in Italia solo 30 studenti su 100. Di questi meno del 10% era in corso: quasi tutti gli studenti cioè erano fuori corso. L’età media dei laureati, 28 anni. La loro maggioranza stentava altri anni a trovare lavoro. Un bilancio fallimentare. E’ questa l’università di cui è nostalgico Piero Citati, che imputa alla “riforma Berlinguer” di aver provocato un disastro e propone sommarie valutazioni. Non vi si legge una sola cifra, non un fatto documentato, non un’analisi reale comparativa. Affermazioni apodittiche o apocalittiche, senza citazioni di supporto. Ho imparato nella ricerca che uno studioso tanto vale quanto cita, quanto prova. Specie se fa il censore.
E’ comparsa un mese fa la nuova ricerca di Alma Laurea sui laureati 2006, cioè del dopo riforma; forse troppo presto per un bilancio, ma interessante. Citati, ignorando totalmente queste ricerche e senza attendere che il fenomeno si sia assestato, ne ha già decretato il fallimento.
Ecco i dati, invece: salgono al 24%, decisamente più che nel passato, i laureati con entrambi i genitori senza laurea, che appartengono cioè a famiglie non acculturate (causa tradizionale di esclusione sociale). Aumentano quelli con redditi bassi (e Citati parla inconsapevolmente di università dei ricchi). Aumenta la frequenza alle lezioni (il 75% degli studenti è presente, mentre ieri l’Italia era l’università degli assenti). L’età media è di 24 anni (ben 4 in meno del passato). Si laurea in corso il 50%, un altro 42% solo un anno dopo. Uno scossone.
Dati solo quantitativi? Non solo, perché emergono anche interessanti fatti di contenuto. Tutto bene allora? Niente affatto: molti difetti, tante cose da correggere. Potrei elencarne di numerose. C’è intanto un problema di sostegno ai talenti, un altro di maggiore flessibilità e di differenziazioni. Ma bisogna saper che in tutta Europa, anche se si sollevano critiche a questa riforma, è presente uno spirito costruttivo, volto a migliorare e modificare, e non ad imprecare senza analisi e studio dei correttivi, Con l’invettiva basata sull’ignoranza dei processi reali si va poco lontano.
Un mese fa a Londra i Ministri europei hanno deciso, con l’accordo delle università, di andare avanti con la “riforma di Bologna”, di rafforzare l’omogeneità della durata dei corsi di laurea, di conservare le due lauree (3+2), la revisione delle metodologie didattiche, la valutazione ex post dei risultati accademici, che è lo strumento primo per assicurare qualità e soprattutto garantire il reciproco riconoscimento dei titoli di studio in Europa.
Leggo con piacere questo suo commento, un piacere un po’ amaro,ma così è. Personalmente ho abbandonato gli studi ormai da 18 anni e mi sono fermato per motivi non interessnti in questo contesto. Ricordo però che l’accesso alla laurea per me era un sogno ambizioso, e che, allora, nei laureati ( mi riferisco alle categorie scientifiche ) c’era davvero un grado di preparazione che faceva la differenza. Oggi quello che vedo è esattamente quello che descrive: persone brillanti, ma anche tanti incompetenti. Entrambi laureati, quindi parimenti meritevoli agli occhi della società, e con l’aggravante che spesso alla incompetenza si aggiunge una punta di arroganza.
E badi bene che le mancanze che rilevo, essendo il mio giudizio da tecnico forse additabile come superficiale, non riguardano la preparazione pratica, la cui mancanza è più che scusabile, ma proprio la totale assenza dei concetti fondamentali, anche quelli più elementari. Mi dispiace che lei sia una voce rara in questa analisi, e mi auguro che molti, più autorevoli di me, appoggino le sue considerazioni.