Leggo da Repubblica del 28.10.2007 “Figli Maestri : le tecnologie, certo, ma anche la lingua, il look, gli stili di vita. Questa generazione è la prima che inverte il senso della cultura : non più dai vecchi ai giovani ma dai giovani ai vecchi.”
Mi sembra un buonissimo spunto di riflessione e riporto l’intero articolo di Concita De Gregorio con le entusiasmanti vignette di Altan.
Una volta erano gli adulti a trasmettere ai più giovani saperi, memoria, competenze. Oggi accade sempre più spesso il contrario: la cultura non è più soltanto discendente, dai genitori ai figli, ma in buona parte ascendente, dai figli ai genitori. Ecco un viaggio fra i tic, i vantaggi e gli svantaggi di questa nuova stagione
Di videogame si può anche impazzire Ma è dai videogame più “colti” che i ragazzi imparano la storia, i miti, la geografia Da una parte la lentezza dell´apprendimento faticoso, quello delle biblioteche e dell´esperienza Dall´altra la velocità della conoscenza istantanea, quella effimera ma efficace del mouse si assiste a scene da film di Nanni Moretti fuori da scuola: madri analiste informatiche e padri bancari che sciorinano nomi inventati - Nobilmantis, Devilfenix - come dicessero astuccio e righello, poi si guardano complici. Quanti più nomi sai tanto più sei genitore attento: è una prova, difatti esibita con orgoglio.
Se è nuovo il paese dove vivi sono i figli che ti insegnano a parlare. È stato così per gli italiani d´America, è così oggi per i cinesi e i peruviani d´Italia. Basta stare un´ora a una festa di compleanno di classe. Roger, come si dice moltissime grazie per questo bell´invito in italiano? Si dice solo grazie, mamma. E del resto siamo stati noi a insegnare ai nostri nonni che non si diceva più «la bolletta della Teti» perché era Sip, non Teti, il telefono. Siamo noi che diciamo «non ho più una lira» e ascoltiamo i ragazzi dire «sono senza un euro».
Sono stati i figli a sgomentarci con i loro clicca, quitta. Quitta? Sì papà quitta, esci, chiudi il programma. L´inglese lo imparano così, come noi lo abbiamo imparato dai dischi dei Beatles e dei Rolling Stones. I dischi, quei dischi tra l´altro non esistono più: il vinile è da collezione quando va bene, quando va male da scatolone in cantina.
Le tecnologie, perciò. Il telefono senza fili poi Internet poi il satellite poi l´Ipod, le centraline in casa e sei telecomandi, ci sarebbe anche quello unico che li raduna tutti ma se si rompe si resta al buio di telegiornali e di Simpson, meglio un passo indietro, meglio non rischiare. I padri telefonano ai ragazzi in gita scolastica: scusa se ti disturbo ma come si fa ad uscire da “my memory” che vorrei vedere il dibattito sul Primo e qui si è impallato tutto? Non si è impallato, ovviamente, ci sono tre tasti da premere in sequenza e comunque non si chiama «il Primo» da un secolo, si dice RaiUno.

Settanta in chat
C´è traccia di questo scambio di conoscenze già in Nel nome del figlio, scritto ormai più di dieci anni fa a quattro mani da Massimo Ammanniti, celebre psicopatologo dell´età evolutiva, insieme con suo figlio Niccolò, oggi premio Strega e grandissimo esperto di videogiochi. Esperto, in una certa fase, ai limiti della dipendenza. Di videogames si può anche impazzire, come ormai persino la pubblicità avverte, ma poi è da certi videogiochi - quelli più evoluti, più “colti” - che i ragazzi imparano la storia antica, la geografia, i miti greci e le strategie di guerra giapponesi. Il sapere dei padri e il sapere dei figli: la lentezza dell´apprendimento faticoso, quello delle biblioteche, dei tomi dell´esperienza, e la velocità della conoscenza istantanea, quella effimera ma immediatamente gratificante del mouse.
Anna Simoni è una signora di settant´anni, ha imparato a chattare l´anno scorso quando la figlia e il genero sono stati due mesi in Brasile per adottare un bambino. «Mi ha insegnato mio figlio minore, non è difficile e la prima volta è stato uno spavento. Urlavo e mio figlio mi diceva: mamma non devi parlare, devi scrivere. Tanto anche se urli non ti sente. Io però ho questo vizio, lo faccio anche al telefono: tanto più è lontana la persona con cui parlo tanto più alzo la voce. Ai miei tempi per parlare con uno lontano si doveva urlare, altro modo non c´era». Ai miei tempi, ai nostri tempi. Ai nostri tempi centomila canzoni stanno in un oggetto grande come un francobollo e la strada per arrivare più in fretta in macchina te la dice il navigatore ma bisogna saperli usare, è ovvio: se no si accende l´autoradio e le indicazioni si chiedono ai passanti.
È la prima generazione, la nostra, dove gli insegnanti hanno sedici anni e gli allievi cinquanta. Nei corsi della circoscrizione (o si dirà municipio, adesso? o di nuovo quartiere?) organizzati per imparare a usare la Rete, nei workshop avanzati delle aziende per aggiornare i dipendenti. Ragazzini, i docenti: studenti che arrotondano. Il Dipartimento sociale di uno dei più importati istituti bancari d´Europa, “La Caixa”, organizza corsi di informatica per anziani: 421 “ciberaule” in 564 centri attrezzati distribuiti in tutta la Spagna. Trecentomila utenti, al momento: tutti sopra i sessanta. La pubblicità del corso passa continuamente in tv. Una coppia di anziani coniugi va in viaggio a Roma, a Parigi, a Venezia. Lui scatta una foto a lei che tiene la testa inclinata. Lei scatta la foto a lui con un braccio sollevato. Poi tornano a casa e si mettono al computer. Con “Photoshop” montano le due immagini, le scontornano, le incollano: nell´inquadratura finale marito e moglie si abbracciano felici.
Amore in photoshop
«Dare agli anziani la possibilità di maneggiare la nuove tecnologie non è solo un modo per rendere più ricca la loro vecchiaia, è un investimento», dice Xavier Molinas, trentenne, coordinatore di uno dei gruppi di volontari che lavorano al progetto. «Un investimento in senso stretto, economico: se le persone avanti con gli anni imparano ad usare una macchina fotografica digitale e scoprono quanto è più semplice per esempio non dover montare il rullino, non doverlo portare allo sviluppo e stampa, ecco che la comprano, quella nuova macchina, e poi comprano un computer dove scaricare le foto e un programma per gestirle. Un investimento sociale: dare un nuovo interesse muove energie altrimenti destinate a spegnersi, si traduce in maggiore capacità di interazione con il mondo esterno e dunque con maggiore autonomia, in minori costi per chi fa assistenza. Un anziano che sa usare Internet, è dimostrato, costa agli addetti all´assistenza sociale fino al quaranta per cento di meno». Un bel gesto e un risparmio. Un´opera buona e insieme redditizia: non sarà un caso se le banche ci investono.
Francesco Cossiga, presidente emerito della Repubblica, ha l´Iphone e parla via Sitofono. L´interesse per le nuove tecnologie non l´ha avuto in dono dai figli ma dai servizi segreti, sua grande passione e per molti anni materia di lavoro. «Un giorno non molto tempo fa chiesi a uno dei massimi esperti di telecomunicazioni, l´inventore della carta prepagata, se sapesse indicarmi un sistema di comunicazione via computer non commerciale. Si meravigliò che non lo conoscessi visto che lo realizza un´azienda sarda. Ho scoperto che il presidente della società era stato un mio studente. Ho tutto sistemato sul computer, adesso: il sitofono inoltra le chiamate al mio centralino».
Fantastico, un bel gioco davvero e però arriva anche il momento in cui del sapere tiranno dei figli - della modernità vera o presunta - si diventa schiavi. «Usare il procedimento di scrittura T9 sul telefonino mentre si invia una mail dal palmare e contemporaneamente si è collegati all´Ipod può sembrare il massimo della connessione tecnologica ed è invece la nuova forma di schiavitù», dice Paolo Landi, direttore della pubblicità Benetton e docente di marketing allo Iuav di Venezia. «Mi fa pensare alle tv libere degli anni Settanta. Si chiamavano libere perché facevano immaginare che saremmo stati tali, con più canali e più possibilità di scelta. Diventavamo schiavi, invece, di consumi di terza categoria: aste di tappeti e scioglipancia». Dopo il successo del suo libro sulla tv, Ricordati che è lei che guarda te, Landi ha mandato ora in stampa il volume Impigliati nella Rete, Bompiani, veemente e documentato pamphlet contro la retorica del web. «Il gap digitale tra padri e figli ha connotazioni classiste: da un lato i figli che possiedono l´abilità tecnologica ma spesso solo quella. Dall´altro i padri meno competenti in mouse e tastiere ma in grado di discernere i contenuti. Il divario tecnologico separa sempre più chi conosce cento parole da chi ne conosce mille: tra chi sa e chi consuma. Una ricerca su Google ci dice che i ragazzi che passano quattro ore al giorno davanti allo schermo digitano sempre le stesse parole. Navigare in Rete è facilissimo ma se cerchi Divina commedia escono migliaia di pagine tra cui decine di ristoranti in Toscana. Devi sapere chi sia Gianfranco Contini per chiedere “Commedia-Contini”. Il web sembra dire tutto ma non dice come cercare, selezionare, filtrare».
Velocità e lentezza
La differenza fra conoscenza e consumo. In un certo senso quel che separa le generazioni: di qua la lentezza, la fatica, la responsabilità di scegliere e di là la velocità, l´eterno presente, il marasma del tutto insieme sempre. Landi è stato infamato, sul web, per aver detto che «You Tube è una boiata pazzesca». Blogger scatenati. Eppure - sarà consolatorio e nostalgico, sarà premonitore e rivoluzionario - lo si starebbe ad ascoltare per ore. «Un video anche breve costa lavoro creativo: deve “meritare” in qualche modo di essere visto. Bisogna guardarsi dalla mitologia dei numeri: un milione di video su You Tube non vuol dire niente, il tuo video là dentro non è niente. Tu che ce l´hai messo non per questo sei qualcuno. Bisogna insegnare ai ragazzi che milioni di persone, milioni di contatti, milioni di video da soli non significano nulla: sono solo enfasi numerica. Ciò che qualifica un oggetto è il suo contenuto, non la sua frequenza. Conta cosa c´è dentro e dunque lì si torna: conta saper scegliere e imparare alla fine a usare il computer per quello che serve, come un microonde e un fax. Per conoscere il mondo bisogna viaggiare, stare seduti davanti a un mondo che sembra offrirsi a noi è un inganno degno delle peggiori dittature».
Per il momento in quasi assoluta solitudine Landi invita i padri-allievi ad affrancarsi dai figli-maestri e a riprendere invece il faticoso ruolo che la storia (familiare, biologica, sociale) assegna loro: insegnare, educare e a volte, quando necessario, diffidare dalla facilità. È una tesi molto impopolare e certamente minoritaria ma vale la pena di rifletterci un momento. Non per questo i figli, in specie quando sono molto piccoli, smetteranno di essere maestri. Di ascolto e di pazienza, di scansione dei tempi della vita. Di gerarchie, di priorità. Di parole e di gesti. Come si dice «ora devo andare» in italiano, amore mio? Si dice resta.