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Archive for the ‘Opcit’ Category

Voglio riportare così come apparso su cronache maceratesi le considerazione del Sindaco relative alle dichiarazioni del parroco don MARIANO riportate nella prima puntata.

Le riporto senza nessun commento perché ritengo che le persone debbano innanzitutto essere informate senza nessun pregiudizio.

“Il Comune ha fatto tutto quello che poteva fare per la chiesa di Santa Maria in Via, sia dopo il sisma del 24 agosto che dopo i terremoti di ottobre”. E ancora: “È stato presumibilmente nei primi giorni  di novembre che il fascicolo è andato perso, nella concitazione di quei momenti nei quali si effettuavano a più riprese accessi nella danneggiata sede comunale”. Sono le parole del sindaco di Camerino Gianluca Pasqui che ricostruisce due vicende legate al terremoto che stanno tenendo banco negli ultimi giorni nel dibattito cittadino: i ritardi nella ricostruzione della chiesa di Santa Maria in Via e la sparizione di un fascicolo dagli uffici comunali inerente alcuni sopralluoghi effettuati dopo la scossa di agosto su edifici pubblici e di culto (leggi l’articolo). Riguardo la prima questione, oltre all’opposizione, era intervenuto anche il parroco don Mariano Blanchi, accusando Comune, Arcidiocesi e Soprintendenza e parlando di crollo evitabile del campanile (leggi l’articolo).

“Il 27 agosto – ricostruisce Pasqui –  in qualità di tecnico incaricato dal Comune, l’ingegner Orioli ha effettuato un sopralluogo per verificare l’agibilità della chiesa e della casa parrocchiale. A conclusione dell’ispezione, ha redatto un verbale nel quale si legge, testualmente, che ‘la Chiesa e la Canonica non sono agibili. La canonica inagibilità indotta dalla Chiesa’. La casa parrocchiale dunque al 27 agosto risultava inagibile a causa dei danni subiti dalla chiesa e non dal campanile, sul quale non erano stati evidenziati danni e su cui si sono poi espressi diversi esperti il 18 ottobre. In quella data infatti è stata redatta la scheda per il rilievo del danno dei Beni Culturali, quella che il parroco sostiene di non aver ricevuto in copia.  Questa scheda riporta l’elenco dei danni riscontrati nei diversi elementi che costituiscono il corpo di fabbrica; ovvero rileva un danno da moderato a grave alla facciata, un danno lieve agli archi trionfali, grave alla cupola, moderato nella zona delle cappelle. Ma non sono stati rilevati danni agli altri macro-elementi che costituiscono la chiesa: navate, aula, transetto, abside, aggetti e il campanile.  Non solo quindi, al 18 ottobre, non sono stati rilevati danni al campanile, ma tra gli architetti sottoscriventi figura anche l’architetto incaricato proprio dalla stessa Arcidiocesi di Camerino, che quindi aveva tutta la documentazione che lo attestava. Mi risulta assai strano quindi, che il parroco, verso il quale nutro profonda stima e al quale mi sento molto vicino, non abbia ricevuto dalla sua stessa diocesi copia del verbale del sopralluogo”.

Quindi Pasqui passa a confutare le accuse di inerzia rivolte al Comune. La minoranza, infatti, aveva citato il decreto legge 189, pubblicato il 18 ottobre, con il quale si dava ai Comuni la facoltà di intervenire sugli edifici pubblici per evitare ulteriori danni.  “È vero che il Comune sarebbe potuto, così come sarebbero potuto intervenire il proprietario e il Mibact – continua il sindaco – ma voglio ricordare che solo dopo 8 giorni da quel decreto legge la nostra vita è cambiata per sempre, con le scosse tremende del 26 ottobre che non solo hanno provocato i danni gravissimi che tutti conosciamo, ma hanno anche azzerato tutto quanto valeva fino al giorno prima. I sopralluoghi sono stati sospesi per garantire l’incolumità dei tecnici e ripresi la seconda metà di novembre e i primi giorni di dicembre”. E infatti, secondo la ricostruzione di Pasqui, il 7 dicembre il Comune ha richiesto alla Regione un sopralluogo nella chiesa, effettuato poi tre giorni dopo. E dal quale è emerso “l’elevato stato del danno e la necessità urgente di interventi di messa in sicurezza che  – spiega il primo cittadino – richiedevano un’apposita progettazione e non potevano essere eseguiti dai vigili del fuoco. A questo sopralluogo hanno partecipato anche il parroco, don Mariano Blanchi e l’ingegner Roberto Gagliardi, consulente della parrocchia, i quali in quella data hanno ribadito la volontà e la disponibilità a presentare un progetto di messa in sicurezza”. Successivamente, il 22 dicembre il Dipartimento della protezione civile ha pubblicato la circolare sulle procedure per la realizzazione delle opere provvisionali  nella quale si affermava, brevemente, che il Comune doveva intervenire nei casi in cui si fosse ravvisata la necessità di eseguire opere provvisionali finalizzate alla salvaguardia della pubblica incolumità, “non nel caso di Santa Maria in Via, quindi, perché compresa in piena zona rossa”, aggiunge il sindaco. Mentre quando l’opera provvisionale era rivolta ad evitare ulteriori danni, l’intervento poteva essere realizzato dal proprietario. “Tanto è vero – continua Pasqui – che solo cinque giorni dopo la parrocchia di Santa Maria in Via ha trasmesso il progetto preliminare delle opere per la messa in sicurezza della Chiesa a firma dell’ingegner Gagliardi. Trattandosi di edificio sottoposto a tutela l’intervento è sottoposto alla superiore approvazione del ministero. Il Comune, quindi, non era l’organo predisposto a rispondere, ma nonostante questo da quel momento e per diverse volte in questi mesi sono state inoltrate diverse richieste di sollecito e di richiesta di informazioni circa lo stato di attuazione dell’intervento”.

Questo per quanto riguarda i ritardi. Poi c’è la questione del fascicolo scomparso. “Non appena i tecnici se ne sono resi conto – spiega Pasqui – hanno in primo luogo denunciato lo smarrimento del fascicolo ai carabinieri, il 16 gennaio. Il giorno successivo è stata fatta richiesta al segretariato regionale del ministero copia dei verbali e delle schede di rilevamento danni relative alla chiesa di Santa Maria in Via. Alla suddetta richiesta il segretariato Regionale ha risposto tre giorni dopo, il 20 gennaio, trasmettendo la documentazione richiesta. Chiaramente, ciò che nel fascicolo era stato redatto dai tecnici comunali (rapporto di sopralluogo allegato al fascicolo insieme alle ordinanze di inagibilità) è sempre stato disponibile tra la documentazione agli atti”. Quindi la conclusione e la stoccata all’opposizione. “E’ ora che qualcuno la smetta di fare becera politica in un momento nel quale la mera lotta politica, basata tra l’altro su questioni che non trovano fondamento nella realtà, dovrebbe essere messa in disparte per concentrarci sull’unico interesse della nostra città e del nostro territorio. Comprendo – dice il sindaco – l’indignazione del parroco, che  è la stessa indignazione che provo io nell’apprendere dei gravissimi ritardi che stanno gravando sulla situazione di Santa Maria in Via”.

 

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Alcuni forse si chiederanno : parla da laico di Santa Maria in Via solo per fare polemica ?

La risposta è no; parlo di questa chiesa per due motivi :

  • il primo che la storia di questo edificio è emblematica per il comportamento di ” scarica barile” tra municipalità, curie, ministeri, soprintendenze, protezione civile ecc… ( tutti hanno fatto il dovuto ma nessuno ha fatto niente )
  • il secondo motivo è legato all’affetto ed alla venerazione spontanea che moltissimi miei concittadini hanno per questa chiesa e per questa madonna. E’ li che si accoglievano i nuovi arcivescovi, è li che si andava a chiedere una grazia, è li che si chiedeva aiuto dalle cose più banali a quelle più importanti.

blanchiNon ho molto altro da dire perché preferisco che parlino i protagonisti di questa vicenda : il parroco, il sindaco , le foto del martirio di questo edificio paragonato al “munifico” SAN BENEDETTO da NORCIA ( eh si non c’e’ madonna che tenga ).

Inizio con Don Mariano Ascenzio Blanchi: un parroco tanto amato per il suo porsi “francescano” ( quello di papa francesco ) quanto inviso al “potere ecclesiastico ”  ( quello delle porpore e dei dogmi incontrovertibili ).

Nella foto che pubblico Don Mariano si presenta su Facebook ( e già questo la dice lunga ) e da quel 24 agosto 2016 inizia una lunga lotta per per capire che la sua parrocchia ha bisogno di aiuto e di attenzioni. Solo chi non lo ha visto ( come me ) la sera del 27 ottobre pieno di polvere e di lacrime girare per la piazza in cerca di sguardi amici dopo essere uscito dalla sua dimora sotto al campanile crollato può non conoscere quel suo sguardo rimasto inalterato da allora. Ecco comunque come don Mariano si esprimeva nei primi del mese di luglio 2017 su Cronache Maceratesi. [ delle due l’una : o la canicola gli ha dato alla testa oppure dopo 10 mesi di silenzio non ne poteva più ….]

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«Il campanile di Santa Maria in Via non è mai stato controllato prima del crollo, i tecnici non sono mai saliti». «Acqua, neve e polvere sulle opere d’arte» mentre il Comune «non si è attivato neanche per sollecitare una copertura provvisoria». E poi le due lettere del Ministero alla Soprintendenza per accelerare l’intervento. È una lista di fatti e accuse ben precise quella a firma del parroco della chiesa di Camerino, Mariano Blanchi. «In tutta coscienza – denuncia – affermo che né la Soprintendenza delle Marche, né Comune, né Arcidiocesi possono ritenersi esenti da responsabilità nel vergognoso ritardo con il quale si è intervenuti».

LA VICENDA – La chiesa di Santa Maria in Via era stata dichiarata inagibile già dopo il terremoto del 24 agosto. Con le scosse del 26 ottobre il campanile è venuto giù, crollando sopra alcune abitazioni occupate da studentesse universitarie (leggi l’articolo). Con la procura di Macerata che ha aperto un’inchiesta (leggi l’articolo). Da allora la situazione è sempre peggiorata in mancanza di una messa in sicurezza definitiva della chiesa. Tanto che lo stesso sindaco di Camerino, Gianluca Pasqui, il 23 giugno ha parlato di «ritardi imperdonabili» del Mibact che doveva sbloccare il progetto presentato a marzo (leggi l’articolo). Ma il parroco ha una versione diversa da raccontare.

I SOPRALLUOGHI – Don Blanchi nella lettera ricostruisce tutti i sopralluoghi. Il primo ad agosto da parte dell’ingegnere del Comune Marco Orioli. «Ha subito percepito la pericolosità del campanile – spiega – l’inagibilità dell’abitazione del parroco era dovuta al pericolo indotto soprattutto dalla situazione statica del campanile che era l’unica via d’accesso alla casa stessa». Nonostante questo «non seguirono adeguati provvedimenti da parte dell’amministrazione», tanto che pure dopo «il campanile fu sempre controllato molto superficialmente. Anche durante il sopralluogo del 18 ottobre di cui noi non abbiamo nemmeno una copia del verbale – continua il parroco –  nessun tecnico del Mibact salì oltre il piano della casa canonica e controllò il campanile internamente fino alla cella campanaria, la cui base si spezzò qualche giorno dopo». E il Comune «prese per buone le valutazioni della Soprintendenza senza darsi cura delle preoccupazioni espresse a più riprese dai parroci».

L’INCARICO – «Verso le metà di novembre – aggiunge Blanchi – il sindaco mi comunicò per telefono che all’intervento di messa in sicurezza della chiesa di Santa Maria in Via avrebbe provveduto il Comune». Ma il parroco, insospettito controllò al Nucleo interventi speciali. Scoprendo così che non c’era «nessuna traccia di una pratica riguardante Santa Maria in Via». Trascorsi quattro mesi dal 24 agosto «la parrocchia si è vista costretta a prendere iniziativa, contattando l’ingegnere Roberto Gagliardi che aveva curato la messa in sicurezza della chiesa dopo il sisma del 1997», chiedendogli di realizzare un progetto.

LE LETTERE DEL MINISTERO – La tesi del parroco è che il Comune avrebbe dovuto sollecitare la Soprintendenza a dare il via libera al progetto dell’ingegnere Gagliardi che era già pronto. Soprattutto perché era stato preparato «secondo le norme della somma urgenza». A sostegno Blanchi cita due lettere ufficiali del Mibact alla Soprintendenza, datate 4 e 20 aprile, dove il ministero chiede «per quale ragione non si sia lasciato che l’intervento di somma urgenza venisse svolto direttamente dalla proprietà», la cui possibilità era prevista dalla normativa antisismica.

L’ULTIMO ATTO – L’11 febbraio, dopo gli ulteriori crolli del tetto (leggi l’articolo), «Pasqui mi informò che la Soprintendenza gli aveva comunicato la presa in carico di Santa Maria in Via», con un progetto diverso da quello pronto «affidato a tecnici della stessa Soprintendenza». Ma di lavori nemmeno l’ombra, tanto che i tecnici, secondo la ricostruzione del parroco, sarebbero stati nominati «verso metà marzo, ma potrei sbagliare perché nessun documento è mai arrivato alla parrocchia». Così il 20 marzo Blanchi decide di prendere l’iniziativa e «di inviare direttamente una dettagliata documentazione al Ministero – conclude il parroco – poi tutto si è sbloccato. Dopo la dura lettera del segretario generale del ministero Antonia Pasqua Recchia in meno di un mese e mezzo è stato perfezionato il progetto, approvato e affidato l’appalto. Tutto questo non poteva essere fatto dal Comune?».

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Niente da dire amici miei ……..

scuola

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LUNEDÌ, 01 SETTEMBRE 2014   Pagina 43 – R2-CULTURA di Riccardo Luna

rifkin«CARI italiani, non c’è paese al mondo dove abbia trascorso più tempo in questi anni e quindi vi parlo col cuore. So bene in quale crisi economica vi troviate da tempo. Ora anche la recessione. Sembra che non ci siano soluzioni, molti lo pensano, e invece è un errore. È la scusa di non vuole cambiare niente. La tecnologia sta davvero creando un futuro migliore, una società più giusta dove la creatività e l’operosità saranno premiate. Nuovi posti di lavoro. Ma adesso, prima di ogni altra cosa, vi serve un elettrochoc. Una svolta psicologica.

Dovete passare dal cinismo — che conduce alla disperazione — alla speranza — che fa muovere le cose in fretta e fa ripartire l’economia. Quella speranza si chiama Terza Rivoluzione Industriale e lo strumento per farla è la creazione di una Super Internet, una rete intelligente che consenta lo scambio non solo di informazioni, ma anche di oggetti, grazie alle stampanti 3D, e soprattutto di energia rinnovabile che tutti ormai possono produrre autonomamente. Le tre condizioni fondamentali per questo nuovo paradigma sociale sono già pronte, si tratta solo di collegarle e innescare il cambiamento. Credetemi, nessun paese al mondo è più indicato dell’Italia a prosperare in questa nuova era».
Meno male che c’è Jeremy Rifkin, 69 anni, che ogni tanto arriva da Washington, dove vive, con un nuovo clamoroso libro ad annunciarci la lieta novella. La società a costo marginale zero. L’internet delle cose, l’ascesa del « commons » collaborativo e l’eclissi del capitalismo esce oggi in Italia per Mondadori ma è già stato un successo planetario: best seller negli Stati Uniti e in
Europa per molte settimane, solo in Cina ha venduto oltre 400 mila copie. Ma più dei numeri conta chi lo ha letto: capi di Stato e di governo, leader in cerca di una ricetta per uscire dal tunnel della crisi. Accogliendolo a Venezia per una conferenza all’inizio di luglio, il presidente del consiglio Matteo Renzi lo ha omaggiato così: «Una generazione di italiani è cresciuta con i suoi libri e con le sue idee». Rifkin ha risposto da seduttore: «Spero che vi serva di ispirazione…
».
L’ultimo politico ad essersi innamorato delle teorie dell’economista americano è Sigmar Gabriel, ministro per
gli affari economici e l’energia nel governo tedesco che si è profuso in lodi sperticate per il «grande scenario», «l’approccio visionario» e la capacità di sfidare «l’umore collettivo dominato dall’ansia per il futuro e dal pessimismo ». Detto dal vice cancelliere di Angela Merkel, è molto più di una semplice recensione.
L’economista americano a questo clamore è abituato e anzi è un maestro nel creare un cortocircuito virtuoso fra conferenze, consulenze e progetti, i famosi masterplan con i quali il suo team — il TIR Consulting Group — spiega agli amministratori pubblici come mettere in pratica la visione del guru: creare una Super Internet delle Cose in modo da far spazio ad una società “collaborativa” e superare il capitalismo.
Accanto alle collaborazioni con Unione Europea, Germania, Danimarca e Cina, masterplan sono stati redatti per il principato di Monaco, Utrecht, Sant’Antonio, la Francia del Nord (Calais) e persino per la città di Roma, anche se quest’ultimo è finito in un cestino: «Peccato, era un piano dannatamente bello. Me lo aveva chiesto il sindaco
Alemanno, spero che qualcuno lo
riprenda in mano».
Sono trascorsi 40 anni dal suo primo libro: How to Commit Revolution American Style . Era il 1973, lei aveva convinto migliaia di persone a bloccare il porto di Boston contro le compagnie petrolifere. Sono seguiti ventidue libri, e ogni volta c’era un futuro a portata di mano: non la fa un po’ troppo facile?
«Non ho rimpianti per quello che ho previsto. La vita è un percorso di apprendimento continuo e si impara più dai fallimenti che dai successi, ma credo di averci azzeccato spesso: la crisi
dei combustili fossili non me la sono inventata, e nemmeno lo sguardo critico sul biotech e gli Ogm. Quando poi ho scritto che con la robotizzazione un certo tipo di lavoro sarebbe scomparso, un celebre settimanale in copertina scrisse vedremo se ha ragione.
Qualche anno dopo ha fatto un’altra copertina per dire aveva ragione. Eppure non sono un indovino».
Non è neanche fortuna, immagino.
«No, sono mindful. Sono attento ai particolari. Vedo le cose ovvie che altri sottovalutano. Vedo le opportunità. L’Internet delle Cose, per esempio, mica l’ho inventato io. Se ne parla da anni,
ma nessuno aveva detto quali effetti comporterà per le nostre vite. Per esempio il fatto che da lì verranno i nuovi posti di lavoro che state cercando ».
Ma non c’è un eccesso di ottimismo nelle sue visioni?
«Non credo. Basta essere determinati. E comunque ci saranno rallentamenti, passi falsi, problemi. Ma davvero qualcuno crede che possiamo restare gli stessi nei prossimi 50 anni? Che usciremo dalla crisi con le stesso modello economico con il quale ci siamo entrati? Che il petrolio e i combustibili fossili continueranno ad essere il motore del mondo? Le riforme di cui parlate in Italia e in Europa sono necessarie, ma non sufficienti a farvi ripartire. Serve una nuova visione del mondo che metta assieme i tre cambiamenti in corso. È sempre stato così del resto. Nella prima rivoluzione industriale furono decisivi il motore a vapore, il telegrafo e la ferrovia; nella seconda l’elettricità, il telefono e il petrolio. Anche adesso si sta verificando la convergenza di tre elementi: la comunicazione,
l’energia rinnovabile e i trasporti guidati dai satelliti. Ma per entrare davvero nell’economia digitale, serve una infrastruttura potente,
una Super Internet».
Sembra un libro dei sogni. Realizzabili, forse, ma lontani no?
«La Germania si sta muovendo molto aggressivamente in questa direzione: il 27 per cento della sua produzione di energia viene dalle rinnovabili. E in Cina si sono impegnati a spendere 82 miliardi di dollari in 4 anni per creare una Super Internet dell’energia. Milioni di cinesi produrranno la propria energia rinnovabile col sole o col vento e se la scambieranno come oggi ci
scambiamo una email».
Curioso che proprio in America lei oggi sia meno ascoltato da chi decide.
«È una terribile ironia. Ma se uno va negli Stati Uniti oggi può sentire l’odore del vecchio mondo. Sembrano un paese stanco, che non ha più voglia di rischiare, terrorizzato di spendere soldi pubblici. Si sono innamorati dell’idea di estrarre energia fracassando le rocce, lo shale gas, invece che dalle fonti rinnovabili. Ma così facendo fra dieci anni diventeranno un paese di seconda fascia».
Veniamo all’Italia: la sua rivoluzione costa e con il debito pubblico che abbiamo chi dovrebbe pagare la Super Internet?
«Costa meno soldi di quel che immaginate. Molte cose già esistono, basta collegarle. E poi dire che non ci sono soldi per investimenti è una scusa. Ce ne sono tanti fra fondi europei, regionali, capitali privati. Basta indirizzarli in una visione. Fatelo e in 24 mesi vedrete i primi risultati».
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Non usciremo dalla crisi con lo stesso tipo di sviluppo che conosciamo
“Occorre passare dal cinismo, che porta alla disperazione, alla speranza, che fa ripartire tutto”
“Le condizioni per il nuovo paradigma sociale sono pronte, serve collegarle e avviare il cambiamento”
IL LIBRO
La società a costo marginale zero
di Rifkin ( Mondadori, pagg. 504, euro 22)

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Faccio mio un commento di Corrado Augias sula Repubblica di ieri confortato anche dalle tante barzellette che si sentono sul consiglio provinciale di Macerata.

Diciamo la verità: sarebbe stato meglio abolirle tutte le province. Approfittare della crisi per dare un taglio a istituzioni obsolete. Nate insieme al Regno d’Italia, ad imitazione dei francesi “départements”, servivano a suddividere, rendendola più agevole, l’amministrazione d’uno Stato formatosi in condizioni e su un territorio difficili: lungo, stretto, percorso da una ininterrotta catena montuosa. Dunque comunicazioni pessime, che facevano sembrare utili dei rappresentanti del governo disseminati su quel territorio, i famosi Prefetti. Oggi però le province non servono quasi a niente. Le loro ridotte competenze potrebbero benissimo essere distribuite verso l’alto (le Regioni) o verso il basso (i Comuni) senza danno per nessuno, anzi con notevole guadagno per tutti. Le reazioni di tipo campanilistico riproducono una vecchia atmosfera o burlesca (“La secchia rapita” del buon Tassoni) o drammatica come la Pisa “vituperio delle genti” di padre Dante mosso in quel caso, si disse, da “furore biblico”. Si potrebbe forse capire una reazione localistica pensando al Comune, il famoso campanile al di là del quale per alcuni s’è fermato l’orizzonte dell’identità. Ma la provincia, siamo seri! Giorni fa ho chiesto agli allievi di un liceo in provincia di Grosseto se il taglio delle provincie li colpiva. Non uno ha detto sì. Infatti sotto le rivendicazioni localistiche si nascondono motivi assai concreti che hanno poco a che vedere con le tradizioni e molto con la spartizione dei (costosi) posti di potere e di governo. Il coraggio sarebbe stato preferibile ma tagliarle tutte avrebbe richiesto una legge costituzionale. Procedura lunga e, dati i tempi, incerta. Accontentiamoci della sforbiciata. Sperando che sia solo la prima.”

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IL PADRE E LO STRANIERO

Qualche volta nella  vita ci si imvbatte in cose che danno una felicità ed una serenità interiore appaganti. E’ il caso di questo film di Riky Tognazzi tratto da un romanzo di De Cataldo. Il film non ha avuto un grande successo di pubblico ne un grande successo mediatico, ma a me ha conquistato e mi ha fatto avere il desiderio di vivere la storia come da tempo aspettavo. Altro che stuccole e scontata fiaba buonista ….

“Il senso della favola gli apparirà chiaro: ciascuno attraverso un percorso tortuoso e difficile può arrivare a scoprire la felicità che ha sempre avuto, senza saperlo, dentro di sé.”

Potrete leggere recensioni, trama e vedere i trailer qui .

 

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Riporto per intero un pensiero di Fausto Marcantoni ( detto Babbitz ) che ci deve molto far riflettere ……. Ce la facciamo da soli o abbiamo bisogno anche di Fini per mandarlo a casa ?

Riflettete gente riflettete !!!!

Così scriveva Elsa Morante nel testo “Il Capo del Governo“:




“Il capo del governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini?
Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto. (altro…)

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